L’anniversario del 3 ottobre, quando 368 donne, uomini e bambini
persero la vita nel naufragio di Lampedusa, trova un mondo dilaniato
dal diffondersi di conflitti asimmetrici inediti e dall’acuirsi di
quelli che da decenni segnano il pianeta. Da Guantanamo ai tagliagole
in Iraq, passando per le decine di migliaia di morti in Ucraina, a
Gaza e in Siria, per la nuova guerra civile in Libia e il perpetrarsi
delle dittature sanguinarie del Corno d’Africa, la stessa cultura
dell’odio e del calcolo economico, che mai dà priorità alla vita e ai
desideri delle persone, si sta materializzando in un orizzonte di
devastazione e guerra probabilmente senza precedenti per l’intensità e
le modalità globali.
I paesi occidentali hanno contribuito e contribuiscono quotidianamente
alla diffusione di questa cultura e al protrarsi di questi conflitti,
dei quali le migrazioni cui stiamo assistendo, le morti in mare cui
stiamo assistendo, sono una diretta conseguenza.
Per anni abbiamo contestato la divisione tra profughi e migranti
perché strumentalizzata da tutti i governi per creare categorie di
persone dai diritti differenziati. Ma oggi la questione dell’asilo e
della “libertà di costruzione e di realizzazione del proprio progetto
di vita in caso di necessità di movimento”, come scritto nella Carta
di Lampedusa, assume un ruolo fondamentale, diventa la sfida per
eccellenza alle frontiere, alle sovranità, alle cittadinanze, agli
stessi diritti umani.
Senza dimenticare la libertà di movimento e il diritto di restare di
tutti/e i/le migranti per come definiti dalla Carta di Lampedusa, non
si può non tenere presente la stretta connessione che esiste tra i
conflitti in corso e le persone che in questi mesi hanno raggiunto
l’Europa passando per il Mediterraneo. Più del 45% di loro sono
siriani/e. Gli/le altri/e sono in larga parte eritrei/e, somale/i,
palestinesi, curdi/e.
Il 3 Ottobre non può essere solo il giorno nella memoria. Una giornata
in cui gli stessi poteri che giocano costantemente a ipotecare il
futuro di tutti e di tutte fingono di inchinarsi di fronte al ricordo
delle salme di quella tragedia. Una tragedia che ha precise
responsabilità politiche, come tutte le altre che hanno riempito di
corpi il Mediterraneo negli ultimi vent’anni.
I giorni della memoria si istituiscono in ricordo di un passato finito
una volta per tutte. Ma il 3 Ottobre non ha mai avuto fine: il 3
Ottobre è anche l’11 Ottobre dello stesso anno, e poi, nel 2014, il 19
febbraio, il 12 maggio, il 30 giugno, il 19 luglio, il 28 agosto,
tutte date in cui si sono contati i morti in mare, fino agli 800 nelle
acque libiche e maltesi nella sola seconda settimana di settembre.
Più i conflitti si inaspriscono e si diffondono, più le persone
fuggono e muoiono.
Più le politiche migratorie europee impediscono ai migranti di
attraversare le frontiere senza rischiare la vita, più si rendono
complici della morte di queste decine di migliaia di vittime di
guerra.
Le banalizzazioni e le semplificazioni dei discorsi istituzionali
fanno rabbrividire in questo momento più che mai. Ancora di più,
spaventa l’assunzione in buona fede di tante e tanti della logica del
salvataggio in mare come l’unica possibile. Una logica che
inevitabilmente alimenta la commistione ormai strutturale tra
umanitario e militare e legittima il dibattito in corso tra l’Italia e
l’Europa sul passaggio dall’operazione Mare Nostrum a una versione di
Frontex imbellettata per l’occasione.
Non si può continuare a dare per presupposto che chi fugge debba
rischiare la propria vita per raggiungere il Mediterraneo e dalle sue
coste mettersi in viaggio sperando che qualcuno lo intercetti e lo
salvi.
Pur consapevoli che è alle cause delle guerre che oggi bisogna
guardare, e fino a che punto l’Unione europea sia complice delle
guerre e la prima responsabile delle morti in mare (altra forma o
continuazione della guerra), le prime rivendicazioni che adesso si
devono portare avanti sono per noi:
– L’abolizione immediata del sistema dei visti d’ingresso e
l’istituzione di un diritto di asilo senza confini, che sopprima
definitivamente la logica del Regolamento Dublino in tutte le sue
versioni, permettendo la reale libertà di movimento di chi chiede
protezione internazionale in Europa e garantendone il diritto di
restare dove si sceglie.
– La costruzione immediata di percorsi di arrivo garantito
che portino le persone in salvo direttamente dalle zone dei conflitti
o immediatamente limitrofe ad esse fino all’Europa, mettendo a tacere
ogni ipotesi di esternalizzazione dell’asilo politico nei cosiddetti
“paesi di transito” extra Ue, come la Libia o l’Egitto, oggi più che
mai incapaci di offrire i minimi standard di tutela dei diritti dei
migranti.
– La diffusione di un’accoglienza degna, che rispetti le vite
e i desideri degli uomini e delle donne che arrivano in Europa e si
sostituisca interamente alla logica dell’emergenza e della
speculazione sull’emergenza.
La lotta senza quartiere contro tutte le campagne politiche e
mediatiche di criminalizzazione dei migranti che, a solo un anno dal
naufragio del 3 ottobre, tornano più che mai irresponsabilmente e
indegnamente a connotare come “clandestini” i profughi in fuga dai
conflitti, e ad allarmare la popolazione con inventati pericoli di
epidemie e infiltrazioni terroristiche attraverso le rotte dell’asilo,
alimentando senza ritegno la cultura dell’odio, della paura, dello
“scontro di civiltà” e dell’islamofobia a fini demagogici.
Le risorse economiche perché ciò avvenga sono da trovare innanzitutto
nell’immediata chiusura in tutta Europa dei centri di detenzione
amministrativa per migranti, obiettivo di lotta per tutti noi, nonché
nella riconversione delle spese volte alla militarizzazione del
Mediterraneo e degli altri confini europei.
Perché il 3 Ottobre non sia solo la giornata della memoria, perché in
quel giorno siano delegittimate le ipocrisie istituzionali, invitiamo
ogni movimento, associazione, singolo/a a costruire sul proprio
territorio e con le modalità che riterrà più opportune, nello spirito
della Carta di Lampedusa, dei momenti di mobilitazione che assumano
queste rivendicazioni come parole d’ordine.
Né Frontex né Mare Nostrum, ma percorsi di arrivo garantito e asilo eur