Palazzo San Gervasio e Venosa, l’Hub del “Non Diritto”
Sono due le strutture che servono ad ospitare i braccianti che soggiornano nelle campagne del Vulture Alto Bradano. Un ex opificio per la lavorazione del tabacco a Palazzo San Gervasio di proprietà regionale e una falegnameria dismessa di proprietà privata nel comune di Venosa. Cinquecento mila euro per circa cinquecento posti letto di cui una parte di questi ricavati all’interno dei capannoni e un altra parte sistemati in tende da quattro posti. Un progetto complesso quello della task force regionale dove oltre ad assicurare ospitalità il suo intendo è quello di debellare il fenomeno del caporalato e l’emersione del lavoro nero. Per questo si sono istituite le Liste di prenotazione presso il centro per l’impiego, le linea di accompagnamento e il bollino etico per le imprese che assumono mano d’opera attingendo dal Centro per l’Impiego. Un progetto avvincente è pensato anche nella comunicazione: “Luci a Boreano” questo è il suo epitaffio. Un piccolo progetto nato da una esperienza quella pugliese “Ghetto Free Capo Off ” anch’essa senza alcun risultato. L’istituzione della task force nasce dopo la presentazione fatta quest’anno del lavoro svolto dalla Caritas di Venosa dove con una rapidità azzardata l’assessore regionale alla Solidarietà Sociale indica una data per incontrata le associazioni. Per noi dell’OMB non è stato facile accreditarsi a quella prima riunione tanto che le successive sono state così furtive al punto che anche l’inseguimento di ogni piccola traccia si è dimostrata essere vana. Ci capita spesso. L’OMB però non demorde ed ecco allora che riesce ad avere un incontro con il Consigliere regionale del gruppo SEL, Romaniello. In quell’incontro veniamo a conoscenza che del problema si occupa direttamente la Presidenza della Giunta attraverso il suo Ufficio Stampa. Ed ecco che riusciamo ad avere nello stesso giorno appuntamento con il capo dell’Ufficio Stampa.. ….. Ci assicuriamo così un posto in paradiso. Nella riunione successiva veniamo invitati a partecipare. Da bravi scolari possiamo finalmente sederci al tavolo delle decisioni, Caritas, comuni, dirigenti e funzionari, segretarie, asp… Protezione civile, prefetti o loro nominato e questure e ispettori del lavoro. Non è stato tralasciato niente, tutti assieme verso la legalità, mai come oggi la regione ha assunto una consapevolezza e una piena responsabilità. “Accidenti adesso si fa sul serio”. I primi interventi però annacquavano un po’ la discussione ma il capo della task force, un certo Pietro Simonetti, sindacalista e comunista impartiva ordini, metteva a tacere, bacchettava e si dimenava e demandava. Demandava tutto ai comuni che avrebbero predisposto le strutture e poi i comuni dovevano ergersi a capo delle strutture e poi demandava ai Centri per l’impiego la predisposizione per potersi iscrivere alla Liste di Prenotazione, e poi demandava e demandava. Da quella prima riunione si capiva già lo spessore del progetto. Fare tutto per non fare niente. In quella sede era nostra preoccupazione la questione della gestione dei fondi che i comuni si apprestavano ad utilizzare e la preoccupazione che le linee dei trasporti fossero affidati agli stessi caporali. Dopo un primo momento di euforia iniziammo a capire che in realtà si andava verso fatti già noti e che poco avevano a che fare con i braccianti, con la filiera del caporalato che sottrae un milione e cinquecento mila euro in due mesi di raccolta del pomodoro, il lavoro, l’emersione del nero. Chiamammo allora il Capo alla Task Force e per telefono gli esprimemmo le nostre perplessità dicendogli che pur “condividendo l’impianto generale in realtà non c’era nessuna novità rispetto agli interventi passati e soprattutto veniva a mancare quella presa in carico di responsabilità da parte della regione Basilicata per cui tutto l’intervento si sarebbe rilevato un mercemonio dei fondi e non un cambiamento dello stato delle cose”. Dall’altra parte ci veniva assicurato che così non sarebbe stato e che se non avessimo firmato il protocollo non avremmo avuto accesso ai Centri di Accoglienza. Nuova discussione interna all’OMB che ci porta a firmare il protocollo di intesa tra le parti ma soprattutto ad evitare quell’odioso scontro con chi si appresta a cambiare il volto del lavoro anche perchè consci del prossimo fallimento la nostra mission in fondo è solo quella di essere vicino ai braccianti e se loro decidono di entrare nei centri noi dovremmo essere lì.
Si firma il Protocollo tra Regione e Parti Sociali, e poi si firma il Regolamento del Campo e poi si firma il protocollo di intesa per il Bollino Etico e poi tante rassicurazioni al telefono e gli incontri con i braccianti per decidere il menu, come scegliere a quale dei quattro campi accedere, quello di lavello era lì pronto e poi…. poveri c……..ni noi. non avevamo capito che …. “si costruivano i Centri di Accoglienza per cacciarci”, grande il pensiero burkinabè degli uomini retti. L’uomo bianco ancora una volta ha la lingua biforcota, mai fidarsi….. E così si gode dal balcone potentino lo spettacolo il Theodor Eicke nostrano. Prima il CIE di Palazzo San Gervasio oggi i Centri di Detenzione per Lavoratori, leggeri e dal volto umano.
