Lettera: CHI SI RICORDA DI CAMPAGNE IN LOTTA? Riflessioni di un epurato…
CHI SI RICORDA DI CAMPAGNE IN LOTTA? Riflessioni di un epurato…
Ciao a tutti, le considerazioni che seguono sono firmate solo da me e non dall’organizzazione in cui milito. Questo per più motivi: 1 questione di tempo (non c’era modo di elaborare una riflessione condivisa e sintetica dei vari punti di vista interni a sos rosarno), 2 un’orientamento interno all’associazione vuole che non si dedichi tempo ed energie a polemiche sterili e si resti concentrati nella nostra attività per la quale già sono insufficienti, 3 la composizione varia per posizione economica (proletari, piccoli contadini, imprenditoria cooperativa…), identità e cultura politica di SOS Rosarno è una grande ricchezza ma questo fa anche sì che le posizioni pubbliche dell’associazione rappresentino tutte e tutti epperò raramente in toto il pensiero di ognuna e ognuno. Le cose che voglio scrivere riguardano anche aspetti politici e strategici che si collocano in un rigorso orizzonte di classe che come tale –in quanto appunto rigoroso – non può essere sic et simpliciter assunto o ascritto a una realtà che sul conflitto ha posizioni differenti e del conflitto – e di necessità quindi della strategia in cui questo si colloca – ha punti di vista diversi, non tutti rigorosamente classisti, non tutti necessariamente rivoluzionari.
Quindi, poiché chi scrive crede ancora attuale quel “movimento reale che cambia lo stato di cose presente”, altrimenti detto comunismo, vuole essere libero di fare da comunista ed in un’ottica comunista le proprie considerazioni e denunce su quanto accade dentro “campagne in lotta”, il documento è firmato solo da me.
COMINCIANDO CON LA FINE: cos’è successo veramente
È scritto in un passo del documento di fine settembre che segnava l’appropriazione della rete “campagne in lotta” da parte di un gruppo minoritario della stessa:
“Alcuni dei componenti nominali della rete non si sono di fatto mai spesi per lavorare in rete davvero, secondo gli obiettivi e le modalità che ci si era dati nel momento della sua costituzione. Altri si sono chiamati fuori, salvo poi intervenire per influenzare decisioni ed obiettivi”
Come si sa – ci torno più avanti, dove scriverò anche di Africalabria – la partecipazione di SOS Rosarno a Campagne in Lotta non è stata costante per posizione e impegno. Proprio la natura eterogenea dell’associazione infatti determina che le opzioni politiche siano maturate di volta in volta e sempre sottoposte a verifica. Per un periodo, l’associazione è stata sostegno di campagne in lotta in quanto organica ad africalabria, di cui sos rosarno rappresentava diciamo così, anche se non esclusivamente, il “braccio economico-solidale”. Ha collaborato quindi con la rete soprattutto sul territorio; due anni fa circa ha fornito strutture, soldi, assistenza logistica, mezzi, ospitalità… e disponibilità al confronto (si pensi all’incontro tra braccianti e produttori di sos rosarno nella “tenda sociale” di campagne in lotta in tendopoli…), oltre che adesione politica alle iniziative. Un rapporto quindi di collaborazione esterna.
Dopo il collasso di Africalabria – cui ha preluso di un anno un’autoesclusione dalla rete, poiché non sussistevano le condizioni interne per una partecipazione responsabile a quest’assise – Sos Rosarno ha mantenuto il rapporto di collaborazione esterna, pur essendo maturati momenti e motivi di tensione tra alcuni suoi membri – soprattutto già membri anche di Africalabria – e una componente della rete stessa. Se fossero problemi con la rete in sé o solo con questa componente, non era chiaro, a mio avviso anche per il fatto che già allora si prefigurava l’ambiguità che poi s’è manifestata con la recente appropriazione…
Sta di fatto che, tra tensioni e piccoli o meno piccoli scazzi (anche su questi tornerò in seguito), SOS Rosarno ha continuato la collaborazione esterna alla rete, collaborando anche col gruppetto con cui si registravano le difficoltà e che poi era lo stesso venuto a fare intervento nella piana la scorsa stagione.
La scorsa stagione abbiamo fatto la scuola nella baracca, autocostruita da campagne in lotta insieme ad alcuni braccianti ospiti in tendopoli, abbiamo realizzato un intervento congiunto al liceo scientifico di Rosarno, abbiamo “girato” a loro un contributo di 300 euro che c’ha consegnato la chiesa battista di Reggio, venuta una sera in visita in tendopoli.. per fare alcuni esempi.
Infine abbiamo deciso di stanziare 1.000 euro per la rete, anche in considerazione del fatto che a parte quel poco di scuola l’associazione non aveva potuto esprimere un intervento con i braccianti e quindi ci sembrava doveroso stornare almeno parte del fondo di solidarietà a chi quest’intervento era venuto a farlo (anche su questo torno dopo).
Tutto questo in un regime di chiarezza di volta in volta, puntualmente, aggiornato da nostre puntualizzazioni in rete sul profilo di SOS Rosarno dentro la rete, come stanno a testimoniare le mail per chi volesse cercarsele.
Fino a che non è arrivata l’assemblea di primavera a Firenze. Dopo lunga riflessione interna, abbiamo deciso di prendervi parte per due motivi:
- Ci sembrava opportuno realizzare un confronto schietto sulle tensioni e incomprensioni che si erano registrate tra una parte di campagne in lotta e SOS Rosarno e Africalabria
- In seguito a varie sollecitazioni e anche in base a interventi vai in lista, ci sembrava ci fossero i margini per verificare la possibilità, a date condizioni, di un’internità di SOS Rosarno alla rete
In quella sede abbiamo partecipato alle discussioni su singole questioni come sulla natura e costituzione materiale e organizzativa, oltre che sull’orizzonte strategico, della rete medesima, esprimendo le nostre opinioni, come ci sembra normale, e indicando le condizioni necessarie a garantire una possibilità di internità alla rete da parte di una realtà come la nostra.
La proposta che avanzavamo era quella di una rete “leggera”, struttura di collegamento e di volta in volta, su temi o iniziative su cui ci fosse convergenza tra tutte le realtà, di coordinamento e collaborazione fattiva. Quindi non una rete/collettivo, con una strategia precisa, obiettivi predefiniti, linee nette… ma una rete contenitore, uno spazio comune di collegamento, confronto e, quando possibile, collaborazione. Ora l’accusa, con tutta evidenza rivolta a noi, di esserci “chiamati fuori, salvo poi intervenire per influenzare decisioni ed obiettivi”.
La verità è un’altra: le realtà partecipanti alla presumibilmente sovrana assemblea di Firenze convergevano con la visione leggera della rete e chi invece voleva imporre una linea in quella sede ha perso. Solo che, invece di prenderne onestamente atto, ha deciso di continuare a farla da padrone e neutralizza oggi gli orientamenti di quell’assemblea sovrana, la sua stessa validità, accampando dubbi sulla legittimità di alcuni partecipanti (cosa che tra l’altro si sono guardati bene dal fare in quella sede).
Ma c’è di più. Un’altra delle deliberazioni di quell’assemblea fu che quando non ci fosse convergenza unanimitaria delle realtà della rete su posizioni pubbliche o iniziative, le realtà che intervenivano in un dato territorio non potevano firmare i propri comunicati col nome della rete.
Si parlò di “nodi territoriali”, di aggiungere riferimenti territoriali (es “campagne in lotta – nodo foggiano”) cosa che non vedeva d’accordo alcuni, per esempio il sottoscritto.
La mia posizione era precisamente quella per cui chi agiva come un collettivo doveva prendersi la responsabilità di dotarsi di un nome e con quello firmare le proprie iniziative, invece di nascondersi dietro una rete che in buona parte, spesso e in via crescente, non si sentiva rappresentata da pratiche, posizioni e iniziative di tale collettivo.
Ricordo in particolare Irene che a fine assemblea in una battuta informale mi disse “allora firmiamo <<campagne in lotta collettivo>>”? io risposi “meglio”, convinto che ancor meglio fosse che si scegliessero un nome che non contenesse “campagne in lotta” e non generasse ambiguità.
Nel corso dell’intervento estivo a Foggia, puntualmente, nonostante le puntualizzazioni in merito avanzate da var* in lista, il collettivo di fatto decide di firmare le proprie iniziative, i propri comunicati, su questioni decisamente controverse, con l’appellativo “campagne in lotta” a fianco alla firma del “comitato braccianti”, imponendo di fatto a tutta la rete la propria linea ed appropriandosi di fatto politicamente in via ufficiale della rete.
La cosa quasi surreale è appunto che ciò avveniva dopo un approfondito ed accesissimo dibattito in rete sulle questioni in oggetto al comunicato e che non solo i/le membri del gruppetto di minoranza non si sono degnat* di rispondere alle proteste in rete sull’appropriazione se non con qualche battuta liquidatoria, ma che ancor peggio dopo tutto ciò in settembre divulgassero la lettera con cui iniziavano in nuovo corso di campagne in lotta.
Non trovo parole migliori per definire l’operazione se non quelle usate, del tutto impropriamente, dallo stesso gruppetto nella lettera inaugurale:
“Questo ha determinato anche alcuni gravi episodi, in cui è venuto meno il rispetto reciproco e del lavoro collettivo…”
PER CONTINUARE FACENDO UN PASSETTO INDIETRO:
i soldi sono i soldi e un comitato è un comitato
“…il fatto che una decisione presa durante l’ultima assemblea di rete (e messa a verbale), riguardante l’utilizzo dei soldi messi a disposizione da SOS Rosarno, sia stata disattesa in modo arbitrario”. Così continua e finisce la frase della letterina citata più sopra.
Questo fatto è quanto di più lontano ci possa essere da un fatto.
Quando SOS Rosarno decise di stanziare 1.000 euro per campagne in lotta, in rete alcun* del gruppetto scrissero dando per scontato che questi soldi andassero al “comitato braccianti”.
Più tardi, qualcuno sollevò delle obiezioni, riguardanti questo specifico e anche più in generale la gestione dei fondi di rete. La cosa fu chiusa, perché si disse che al momento dello stanziamento nessuno aveva obiettato, quindi i soldi andavano al comitato. Segnaliamo come a più riprese per mesi chiedessimo soluzioni per poter erogare il contributo. Soluzioni che, salvo bizarrie impraticabili come poste pay intestate a singoli, non arrivavano mai e quindi noi non potevamo “regolare”. E MENO MALE!!!
Perché si dà il caso che alla famosa assemblea di Firenze tra le questioni che si discussero ci fu proprio il comitato, alla presenza dell’unico membro/presidente che del suddetto comitato a molti di noi fosse mai comparso davanti (tranne chi era a Foggia quando l’effettivo comitato si formò): Ibra Fahl (chiedo scusa se trascrivo male il nome).
Si discusse molto in quella mattinata su cosa sia un comitato, su come intendere la possibile prosecuzione dell’esperienza di un comitato braccianti che raccoglie stagionali – quindi gente “fluttuante” – in un determinato territorio per un determinato periodo…
Sta di fatto che nessuna evidenza fu prodotta del fatto che, per esempio, a Rosarno durante la scorsa stagione ci fosse effettivamente questo comitato braccianti, inteso come qualcosa di ben diverso dalla mera presenza di Ibra Fahl che insieme all’onnisilente Baifal andava a parlare nei casolari coi braccianti. Si specificò che un comitato di braccianti esiste quando un gruppo di braccianti si riunisce sapendo che sta partecipando alla riunione di un comitato che prenderà delle decisioni e produrrà delle iniziative… si disse che stanti così le cose, cioè con una persona cui arbitrariamente si dà il titolo di rappresentare un comitato dalla consistenza equivoca e a tratti nulla, o peggio una persona che in se stessa basterebbe a costituire e attestare la persistenza del comitato stesso… a queste condizioni, a Ibra Fal SOS Rosarno non avrebbe dato il contributo di 1.000 euro, che in rete si sarebbe quindi dovuto decidere come destinare altrimenti.
QUESTO E’ QUINDI ARBITRARIO: che da un’esperienza di autorganizzazione effettiva come supponiamo sia stata quella del comitato braccianti di Foggia dell’estate 2013 venga fuori la burocrazia che ipostatizza in un unico membro una rappresentanza che ha perso base e come tale, in senso proprio, non la rinnova.
Non sappiamo cosa sia successo quest’estate nel Foggiano. Non escludiamo affatto che un comitato vero là si sia in effetti riprodotto. Sta di fatto che al momento della famosa assemblea e fino a quando si prese la decisione di dirottare il fondo, la situazione era questa.
Quindi quest’estate ci prendemmo la responsabilità di decidere la destinazione dei 1.000 euro come segue:
600 euro per il progetto di salsa di pomodoro autoprodotta nel venosino dalla realtà di “Fuori dal ghetto”, 400 euro per il progetto di “Radio Ghetto” realizzato d qualche anno a Rignano e che quest’anno presentava qualche difficoltà in più.
DENTRO E FUORI: chi ha deciso chi decide?
La questione di Radio Ghetto ci porta a menzionare una faccenda prodromica degli sviluppi autoritari e proditori successivi.
Si sa che della rete “Campagne in Lotta” fa parte da prima che il nome fosse scelto anche la realtà di “Io ci sto”, un progetto di solidarietà condotto nel ghetto di Rignano, e non solo, da anni e coordinato da Arcangelo, padre scalabriniano, e Concetta, sua collaboratrice.
Chi non c’era non può sapere che quando si decise di andare a costruire una base di intervento a Foggia, di contro il parere di alcune realtà pugliesi come Finis Terrae ad esempio, loro furono l’unico riferimento che trovammo. Si fece infatti una missione di una settimana dove i rappresentanti di alcune realtà (africalabria, Ex-snia, BSA, ARI, altri singoli/e…) si andò ai ghetti e si verificarono le possibilità. A fronte del boicottaggio più o meno scoperto della FLAI-CGIL e delle cantonate cui ci condusse l’avventurismo idiota di qualche improvvisato leader africano sussunto all’organizzazione sindacale (tipo riunioni in cui ci si mandò dicendo che ci aspettavano e ad aspettarci trovammo i caporali…), trovammo in Arcangelo e Concetta delle persone molto esperte e disponibili, che ci introdussero in quella realtà, ci ospitarono, si misero in gioco… e infatti l’intervento di quell’anno fu fatto di concerto con loro.
Ora: la stagione estiva appena trascorsa è stata preceduta da una rottura tra il gruppetto – che nel foggiano coordinava l’intervento di campagne in lotta – e “io ci sto”, per la partecipazione di questi al progetto “Capo Free / Ghetto Off” con cui le istituzioni regionali volevano instaurare una nuova governance della presenza stagionale sul territorio, con l’istituzione dei campi e lo svuotamento dei ghetti.
Personalmente, non ho dubbi sull’inopportunità di siffatte collaborazioni. Africalabria ed SOS Rosarno sin dal 2011 – dall’istituzione del primo campo container – contestano quest’accoglienza segregazionista che non fa che istituzionalizzare i ghetti… ma lo abbiamo fatto nella consapevolezza che spesso i braccianti facessero la fila per entrare nei campi e come in alcuni casi la critica del modello non potesse significare un’opposizione diretta e immediata all’apertura dei campi quando non c’erano altre soluzioni prospettate…
Segnaliamo tra l’altro come buona parte dei/le membr* del gruppetto estensore della letterina abbiamo partecipato insieme a noi a una vertenza autorganizzata dentro la tendopoli “di rosarno”, quando nell’inverno 2013 dalla sera alla mattina si allestì una tendopoli nuova e si pretendeva che tutti si spostassero là e iniziassero a pagare una retta mensile. Ci furono proteste, ci furono assemblee, ci fu autorganizzazione, alla fine non ci furono sgomberi, il trasferimento dalla vecchi alla nuova tendopoli avvenne in forma autorganizzata e i braccianti ottennero di non dver pagare niente (oltre che due tende per la preghiera e l’ospitalità dentro il nuovo campo della “tenda libera” di campagne in lotta…). Questo per rendere la complessità dialettica di una questione come questa. Sta di fatto che il gruppetto decide quest’estate l’espulsione di Arcangelo e Concetta dalla rete e l’interdizione per chiunque di collaborare con loro.
Al dibattito sollevato da chi organizzava da anni la radio e che non avrebbe potuto farlo senza l’apporto di “io ci sto”, si opponeva ferma la posizione del gruppetto: chi collabora con “io ci sto” è fuori da “campagne in lotta”.
Comprensibile quindi il livore del gruppetto verso SOS Rosarno che perorò, insieme a molte altre realtà, la libertà di collaborazione e fornì addirittura il sostegno economico a questa esperienza.
Il tutto nell’indignazione del gruppetto, che nel mentre usurpava la sigla dichiarava i dissidenti in contrasto ai principi fondanti della rete e alla linea della stessa.
CAMPAGNE IN LOTTA? L’essere contro il divenire
“Un nome che rimanda a determinati obiettivi e pratiche la cui sintesi è l’autodeterminazione e l’autorappresentanza dei lavoratori e dei disoccupati stranieri e italiani presenti nei territori agricoli di questo paese. In una modalità operativo-politica orizzontale ed in rete per l’appunto, caratterizzata da una forte condivisione di nozioni ed attività. All’atto pratico crediamo che il nome debba essere utilizzato e portato avanti da chi (singoli e/o associazioni) fino ad ora hanno lavorato con impegno a nome della ‘rete campagne in lotta’ stessa.”
Questo il passaggio nodale che fa della letterina un vero e proprio documento di proprietà usurpale, degno di quelli che si fabbricavano i notabili borghesi nei primi decenni dell’Unità per appropriarsi le terre comuni e rinnovare il latifondo, aggravandolo nella versione borghese.
Quando è nata “Campagne in Lotta” io me lo ricordo bene. Prima di chiamarsi così ce n’è passato un po’…
La prima volta ci si riunì a Palazzo San Gervasio, mentre a Nardò era in corso il famoso sciopero.
L’idea di noi che ne eravamo promotori (che era la stessa che ci aveva portato qualche settimana prima ad accorrere a Nardò per un’assemblea che seguiva un attacco politico/istituzionale a quell’esperienza) muoveva dal vagheggiamento di una generalizzabilità di quell’esperienza intersecato con la necessità di percorsi continuativi con i braccianti stagionali che si realizzassero, proprio per essere continui, trasversalmente ai territori che stagionalmente queste masse attraversavano. Di qui la necessità della rete.
Che in questo corrisponde al paragrafetto citato, esclusa l’ultima frase, quella dell’”atto pratico” appropriativo.
Intanto, quando poi si coniò il nome “Campagne in Lotta” già lo spettro soggettivo e l’orizzonte strategico si erano arricchiti rispetto a questa prima formulazione. Consapevoli che, oltre ad essere interna alla grande questione della precarizzazione sottomissiva del lavoro, la questione bracciantile era interna anche alla questione contadina, quindi al sistema di governo della produzione agricola da parte del capitale agroindustriale e della Grande Distribuzione Organizzata, si poneva questo crinale di lotta come indifferibile per aggredire il nodo strutturale che determinava in ultima istanza condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stagionali, come conformi ad un’organizzazione produttiva dettata da questi interessi. Quindi la lotta contadina a fianco alla lotta bracciantile, con tutte le difficoltà e contraddizioni che quest’articolazione implicava.
E già qui si registra una rimozione. Una rimozione non casuale, se poi in un documento successivo, fatto circolare in lista Genuino Clandestino, il gruppetto afferma “Crediamo che sia più opportuno ed incisivo parlare di lavoro precario e di disoccupazione nei territori agro-industriali, piuttosto che di bracciantato e di caporalato, prima di tutto in una prospettiva di ricomposizione delle lotte che metta in luce la precarietà comune a tutti i settori e il ruolo che in essa giocano diverse forme di intermediazione, più o meno legalizzate (dal caporalato alle cooperative, che operano in agricoltura come in altre attività produttive)”.
Siamo dunque a un passaggio chiaro verso una prospettiva neo-operaista che trova nel precario la nuova figura operaia di riferimento e adialetticamente assimila e sussume in questa categoria anche il contadino: tutta la complessità della questione agraria e contadina viene quindi schiacciata in questa marmellata teorica che fa perno unicamente sulla nozione di precariato, pensando che basti questo, una parola, e la riformulazione degli stessi slogan in salse diverse secondo il contesto, per pensare di fare ricomposizione di classe.
Una debolezza di pensiero che si fa pratica, quando per esempio quest’estate a Foggia si realizza un corteo – riuscito o meno no spetta ne interessa a chi scrive affermarlo – in cui le parole d’ordine presupponevano una soggettività precaria multietnica in campo che non era affatto data, soprattutto nella componente locale.
Sappiamo bene infatti come la realtà di movimento più significativa del foggiano, il centro sociale Jacob, sia stato protagonista di una polemica dura, in alcuni casi irrispettosa, con tutto il percorso di Campagne in Lotta. Ciò non toglie che, quando chi interviene nei ghetti rurali si affaccia in città con una mobilitazione che vorrebbe operare proprio quel passaggio ricompositivo, eludere la realtà che a partire dal precariato di quella stessa città costruisce percorso e conflitto e autorganizzazione è quanto meno paradossale.
È qui sta solo un esempio del nefasto decostruzionismo di comodo di cui il gruppetto si fa promotore da tempo a giustificare, anche teoricamente, passaggi politici che non stanno in piedi.
La decostruzione del territorio, in un altro documento negata perché si pretende di tener conto del contesto, viene invece operata, insisto, nella dimensione della soggettività territoriale, a cui viene negata ogni legittimità.
Sarebbe quindi tanto semplice quanto vano chiedere come mai nel coro che intonava quegli slogan non ci fosse a Foggia una sostanziale rappresentanza locale, perché tanto la questione viene rimossa.
Siamo cittadini del mondo, quindi un precario di Roma che va a manifestare a Foggia insieme ai braccianti restituisce il senso di questa ricomposizione all’identico modo che se ci fosse presenza (non parliamo poi di percorso, figuriamoci…) locale.
Ma c’è di più: a muovere queste critiche s’incorre in un’altra accusa, per quanto velata; quella cioè di essere “pericolosamente” proclivi a parole d’ordine volte a muovere umori sciovinisti, anche se inconsapevolmente.
Con buona pace di quel Carlo Marx che tanto insisteva sulla “logica specifica dell’oggetto specifico”, si arriva su questa china a squalificare anche la questione bracciantile, poiché “parlare di lavoro stagionale è fuorviante, e divisivo dei lavoratori, poiché la mobilità e la stagionalità non sono una scelta di vita ma una necessità dettata da condizioni strutturali legate a un sistema produttivo che genera e sfrutta la precarietà estrema”.
Sicuramente, per chi fa della politica un rito e s’accontenta di testimoniare la propria identità politica, affermarla, promuoverla, va bene così. Ma i processi sono un’altra cosa. E su questo piano, il tribunale dei fatti non fa sconti a nessuno.
Che si facciano lotte che non hanno possibilità di esiti migliorativi, è una catastrofe anche, o ancor di più, quando il processo che le ha determinate si sia realizzato in forma autorganizzata e magari molto partecipata (cosa tutta da verificare).
L’autorganizzazione è un metodo, se diventa un obiettivo, o peggio l’obiettivo, si produce un avvitamento grave del percorso politico attorno ad istanze di autogratificazione del ceto militante, tendenzialmente bianco, tendenzialmente più garantito, che può permettersi di passare di sconfitta in sconfitta vedendo magari ancor più rinvigorita la propria motivazione nell’autoesaltazione del pasionario o della pasionaria di turno. Gli altri, quelli che vengono spesso appellati col generico “i lavoratori” (anche se ci si riferisce a percorsi che riguardano braccianti stagionali africani, e via via si potrebbe continuare connotando nel senso di quello specifico che tanto al gruppetto duole) loro non si possono permettere investimenti sbagliati, poiché l’unico capitale che hanno è il proprio corpo e il proprio tempo e sprecarli è per loro un errore fatale.
Ed è qui che si colloca la necessità di tener conto dello specifico. Altro che “divisivo”… parlare di stagionalità significa fare i conti concretamente con le condizioni di produzione sulle quali, attraverso l’analisi, valutare gli obiettivi concreti, possibili, da raggiungere attraverso la lotta e quindi i cambiamenti reali, possibili, da promuovere.
Vorremmo un esempio, uno solo, di obiettivo raggiunto (salvo quello prima menzionato rispetto alla tendopoli di Rosarno) in questi anni di “lotta nelle campagne” condotta dalla rete.
Sia inteso: non voglio in nessun modo squalificare il lavoro fatto in questi anni, in modo differente, da tante realtà che hanno fatto parte della rete, anche di quella con cui mi trovo in questo momento in aspro contraddittorio.
È stato fatto un lavoro enorme… i cui frutti si vedranno e si vedono.
Ma fare un lavoro, realizzare esperienze importanti, creare movimento, non è affatto incompatibile con la possibilità di fare danni.
Troppe volte ho sentito braccianti che avevano partecipato a mobilitazioni schernirsi, perché “non vogliono problemi…”.
Se non si conquista niente, l’autorganizzazione diventa un mantra e i percorsi necessariamente si avvitano. Questa almeno è la mia personale e limitata esperienza.
Un’esperienza che ci ha condotto, come SOS Rosarno, ma anche e soprattutto come singol* compagn* che hanno animato percorsi di autorganizzazione dei braccianti nella piana prima di tutto con Africalabria, a una riflessione autocritica anche dolorosa.
La verifica che le illusioni inaugurate dallo sciopero di Nardò son naufragate nella realistica constatazione che non ci sono margini reali di conquista nelle campagne meridionali per quel tipo di lotta, ha segnato un punto di svolta. A Nardò si è legalizzato il cottimo. Altrove, salvo circostanze particolari, uno sciopero risulta praticamente impossibile. E se fosse possibile, cosa potrebbe conquistare?
Ci sono casi… senz’altro – e non è il meridione – il presidio di Castel Nuovo Scrivia significa molto. Ma non trovo esperienze che confutino questa constatazione:
le condizioni reali in cui si realizza il lavoro bracciantile in agricoltura non consentono avanzamenti di classe di tipo contrattuale in senso sostanziale (sulla carta è tutto un altro discorso). Né lotte che li possano conseguire. E questo non solo perché in quest’esercito il singolo fluttua costantemente dalla condizione di manodopera impiegata a riserva, per cui se sciopera uno dieci sono pronti a prendere il suo posto… ma ancor di più perché anche in caso di vittoria quello che si produrrebbe sarebbero cambiamenti razionalizzanti, in senso capitalistico, nel segno, da una parte, della legalizzazione del caporalato – vedi cooperative – dall’altro di una condizione occupazionale meno precaria, forse, ma molto meno rilevante in termini di accesso al lavoro…
in pochi lavorerebbero in condizioni pseudoregolarizzate lasciando la massa in una condizione di disoccupazione cronica cui si leverebbe il lenimento delle poche giornate racimolate vendendo le braccia in piazza. Così pure, su questa strada legalista di normalizzazione, le politiche di accoglienza si orienterebbero verso la discriminazione di chi è irregolare e senza contratto, producendo una frattura tra regolari e irregolari più forte ancora…
la verità è che le speculazioni dell’agricoltura industriale in questa fase di stagnazione non offrono margini per la lotta operaia in agricoltura (non mi avventuro in considerazioni più generali, sarebbe qui azzardato). Non basta che ci sia chi ci guadagna, anche profumatamente, a creare le condizioni per gli avanzamenti di classe. Il rapporto tra lotta di classe e ciclo economico è tutt’altra cosa.
Allora, in territorio rurale, la chiave per noi è un’altra ed è quella di un’agricoltura diversa, più diffusa, in cui la produzione si realizzi con metodi a più alta intensità di lavoro… la piccola agricoltura che redistribuisce reddito e vuole più lavoro.
Ancor di più, in questa direzione, la prospettiva contadinista è quella delle realtà produttive cooperative di operai autorganizzati che realizzano la produzione in proprio senza padroni. L’esempio del Sindicato de Obreros del Campo ha forse molto da insegnare…
Questa prospettiva necessariamente coinvolge il nodo della riconversione produttiva, della sovranità alimentare. Ma anche quello del decentramento e della riconversione industriale, dei servizi, di tutto… e tutto questo si articola necessariamente sui territori. Poiché implica non solo scelte di consumo, ma riorganizzazione complessiva della vita.
È la famosa transizione. L’economia solidale, le produzioni etiche, come la nostra, possono essere punto di partenza di un processo di questo tipo… che deve ancora partire. Nessuno si illude, almeno non chi scrive, che un mercato etico possa sostituire il mercato tout court. Si tratta di riappropriarsi e riorganizzare produzione e consumo.
In questo senso, la sovranità delle comunità locali ha un ruolo determinante e rappresenta elemento antagonista alle tendenze centraliste in atto (o pensate che la riforma del titolo V della costituzione non abbia niente a che vedere con i rapporti di classe?). Riappropriazione è una parola vuota se non si chiarisce l’articolazione concreta, organizzativa, cooperativa, produttiva, che si intende propugnare.
L’idea che la sovranità territoriale sia un concetto sciovinista è ottusa. Priva d’immaginazione sociologica. Il fatto che una comunità di residenza si autorganizzi e autogoverni non implica chiusura… anzi lascia la porta aperta all’apporto di chi vi risiede in forme varie – stagionale, transitoria… l’idea di territorio non necessariamente implica il concetto di nazione, il Rojava ce lo insegna.
Come pure dal Chiapas all’India del Singur, passando per le fabriche recuperate in Argentina (e perché no: Mondeggi e Ri-Maflow in Italia) e non solo, la storia recente ci insegna che il contropotere di classe ha possibilità di avanzamento, oggi, in questa chiave riappropriativa autogestionaria.
Questo implica un superamento della prospettiva che ha animato il nascere di campagne in lotta. Il problema non è più l’autorganizzazione dei braccianti. Che se si darà, si darà autonomamente e sarà appoggiata, sostenuta, intrecciata dai nostri percorsi. Il problema è quale sia l’assetto sociale di un territorio e quale il suo assetto produttivo, e nell’incrocio di questi due fattori individuare le possibilità specifiche del territorio specifico nello sviluppo di percorsi concreti e produttivi di riappropriazione di classe.
Vuol dire questo che non si devono fare più le lotte sul posto di lavoro. No. Anzi… è proprio in questi “territori liberati” prodotti dalla guerra di posizione riappropriativa che può trovare ristoro ed energie la guerra di movimento del lavoro precario itinerante.
Ma per chi vive sui territori, soprattutto su certi, creare le condizioni del conflitto, creare le possibilità di una ricomposizione conflittuale riappropriativa, diventa un lavoro complesso e delicato. . E per fare questo è necessaria una cosa fondamentale: LA COESIONE SOCIALE DI CLASSE. Per questo ci fa ridere chi ci accusa di timori verso il conflitto. Al contrario. L’avventatezza di chi non conosce e non sa muoversi in un dato contesto può produrre gli stessi esiti di conflitto etnico che il capitale prepara e organizza – è cronaca di questi mesi.
Compito nostro invece canalizzare nella stessa direzione il disagio e la rabbia dei lavoratori stagionali e dei disoccupati locali. Creare le condizioni per il conflitto. E non è un lavoro che si fa a forza di slogan.
Spero di essere stato chiaro.
Ovvio che non intendevo – sarei peggio che ridicolo – annunciare una linea che pretendo assoluta e unica possibile per la rete… in cui tra l’altro non sono presente. Ma solo chiarire una posizione di contro a semplificazioni e travisazioni ad arte diffuse di recente in ogni modo.
Probabilmente lo saremo di più quando scriveremo sulle stesse tematiche come SOS Rosarno.
Per il momento saluto con gratitudine tutte e tutti quelli che hanno voluto leggere queste riflessioni
arturo
