da Gazzetta di Modena: «Chiusi al Cie, che cosa ci succederà?»
«Chiusi al Cie, che cosa ci succederà?»
Parla Senad, uno dei due fratelli nati a Sassuolo ma senza alcuna cittadinanza: «Ci trattano bene ma nessuno ci risponde»
«Sì, stiamo bene e ci trattano bene. La giornata qui è lunga: non passa mai. Io e mio fratello Andrea facciamo colazione, passeggiamo in cortile, guardiamo la tv e aspettiamo che la giornata passi. Va avanti così da un mese. Cosa succederà? Mah, non lo sappiamo. Anzi, non lo sa proprio nessuno. Nessuno ha una riposta».
Senad S., il sassolese che non è sassolese perché privo di qualsiasi documento, parla lentamente al telefono. Ha appena incontrato il suo avvocato Luca Lugari. Lui, l’avvocato e il fratello Andrea hanno discusso delle prossime udienze davanti al Giudice di Pace. La prima lunedì prossimo, per Andrea. Un’udienza che attirerà numerosi attivisti per i diritti civili di Modena e tante associazioni, compreso un partito come il Pd. La seconda, quella riservata a lui, si terrà il 19 marzo nello sempre in via San Pietro. «Il tempo non passa proprio – racconta Senad dopo una pausa – adesso ci sarà il processo. Vedremo cosa succederà. Siamo nati qui e siamo cresciuti qui tutta la vita, tra Sassuolo e Modena. Mai andati all’estero. Mai stati in Bosnia. Oggi in Bosnia non abbiamo neanche un parente. Io e Andrea siamo figli di due ragazzi che a 14 anni scapparono dalla Bosnia, come profughi, durante la guerra civile. Ecco chi siamo. Come fanno a chiamarci stranieri? Clandestini?»
E dopo un’altra pausa: «Ho studiato qui ma ho fatto solo le elementari. La nostra vita non è stata facile. Ho cercato un lavoro più volte e l’ho anche trovato, sempre tra gli ambulanti, come faceva mio padre, ma poi non mi potevano mai regolarizzare perché non ho i documenti validi. Finché mio padre aveva il permesso di soggiorno tuto si aggiustava. Certo, è stato un grave errore quello di non naturalizzarci bosniaci prima dei 18 anni, ma oggi non siamo niente per lo stato italiano. Niente. Non esistiamo. Non sono mai andato via di qui ma non sono un cittadino. Non ho un paese. Strano, no?»
Senad ha anche due bimbe piccole: una di quattro mesi e una di un anno e otto mesi. Le accudisce la moglie, ospite dei suoi genitori. «Viviamo dove possiamo in questa condizione. Ultimamente stavo alla microarea per nomadi di via delle Nazioni a Modena. È lì che la polizia, durante un controllo, ha detto che i documenti che avevo non erano regolari e mi hanno portato via. Ho chiesto tante volte cosa succederà, come si può fare. Non ti risponde nessuno. All’Ufficio immigrazione dicono che non sanno niente di noi Non ci vogliono illudere; lo capisco. Adesso vedremo».
Intorno alla vicenda di Andrea e Senad si sta mobilitando quella parte della città che rivendica i diritti anche per i figli di immigrati nati in Italia. Come loro. Gente che non ha un patria vera e che rischia di perdere tutto appena la crisi colpisce i genitori, coloro che, con il loro permesso di soggiorno, reggevano il sistema familiare e di permanenza. A rendere tutto difficile è l’assenza in Italia di uno “ius soli”, la cittadinanza di diritto per chi nasce in un Paese. Un tema al centro della battaglia del comitato per la campagna “L’Italia sono anch’io” che solo a Modena ha raccolto più di 7maila adesioni. E che ha appena consegnato al Parlamento il documento con 105mila firme.
Invita però alla cautela Carlo Giovanardi, senatore del Pdl, sostenendo che «i due fratelli non sono nati in Italia, la madre non ha mai chiesto la cittadinanza italiana e ambedue sono pluripregiudicati per aver commesso fatti gravi».
Replica l’avvocato Luca Lugari: «È falso. Sono nati a Sassuolo. Lo chieda a Caselli e vedrà che ci sono gli atti. E poi lasci decidere a un giudice».
«Giovanardi divaga per prendere tempo – replica Cécyle Ckyenge, una delle organizzatrici della mobilitazione – il punto è: dove vuole mandarli dopo il Cie? Qui è in gioco la dignità umana, senatore. Lei che è così cattolico che religione pratica con questi discorsi?» Altri attivisti mostrano gli atti di nascita a Sassuolo e chiedono a Giovanardi di dire quali sono i reati gravi dei due e dove devono espiarli. La Ckyenge annuncia poi una valanga di adesioni a una petizione in rete per liberare i due. Tante anche le firme di esponenti di sinistra. La Cgil e il Centro lavoratori stranieri aderiscono alla mobilitazione per i due fratelli modenesi del Cie, dopo Arci e Pd: «I ragazzi stano subendo una discriminazione, un caso di razzismo istituzionale, per il mancato riconoscimento dello “ius soli”». Il Pd porta il caso in Regione attraverso un’interrogazione di Palma Costi e Luciano Vecchi. Chiedono alla giunta regionale una valutazione sulle mosse più opportune per liberare i due. Alla mobilitazione partecipano anche Rete Primo Marzo, LasciateCiEntrare, Giù le Frontiere, Dawa, Donne nel Mondo, Forum immigrazione provinciale Pd. Altre stanno valutando l’adesione.
