da Micro Mega: ANNAMARIA RIVERA – I lager di Stato e il giornalismo senza memoria

ANNAMARIA RIVERA – I lager di Stato e il giornalismo senza memoria

arivera1Per anni e anni giornalisti ottimi o di mezza tacca si sono ostinati a chiamarli “centri di accoglienza”, quando perfino la legge infelice che li aveva istituiti nel 1998, detta Turco-Napolitano, li definiva, con un assurdo ossimoro eufemistico, “Centri di permanenza temporanea”. Hanno continuato a chiamarli così anche dopo che la Bossi-Fini, peggiore ma più sincera, li aveva ribattezzati “Centri di identificazione ed espulsione”. La crudezza del nome preludeva all’indurimento della “pena”: fino a diciotto mesi d’internamento.
Per anni e anni hanno finto d’ignorare che il territorio italiano era disseminato di autentici lager, se lager vuol dire anzitutto un centro di detenzione in cui sono arbitrariamente recluse persone che non hanno commesso alcun reato: ricordiamo che i campi di concentramento e di sterminio furono un’evoluzione (se così si può dire) dei “campi di custodia protettiva”. Ma guai se gli antirazzisti osavano adoperare questa parola: esagerano, sono i soliti estremisti, così banalizzano i lager nazisti, erano i commenti più consueti.

Eppure a far aprire gli occhi subito, fin dall’entrata in vigore della Turco-Napolitano, potevano bastare le morti violente di alcuni “ospiti”, come li definiva ipocritamente il gergo centrosinistro. Grazie a quella legge, la loro permanenza su questa terra fu davvero temporanea.

Il 1° agosto 1998 (considerate la data) Abdeleh Saber morì nel carcere di Agrigento, dove era stato tradotto dopo una rivolta nel Cpt di Lampedusa. Per rendere più tranquilla la permanenza dell’ospite gli avevano somministrato una dose eccessiva di psicofarmaci.

Ugualmente imbottito di psicofarmaci, Mohamed Ben Said morì la notte di Natale del 1999 nel Cpt di Ponte Galeria. La mandibola fratturata, forse a causa del trattamento ricevuto in carcere, per giorni e giorni aveva reclamato cure mediche mai ricevute. Per giorni e giorni aveva gridato, non creduto, di essere sposato con una cittadina italiana e perciò inespellibile. Fu solo dopo la sua morte che qualcuno trovò quel certificato di matrimonio che Mohamed era solito sbandierare.

Quattro giorni dopo, la notte fra il 28 e il 29 dicembre di quel tragico 1999, a Trapani, all’interno Cpt “Serraino Vulpitta”, dopo un tentativo di fuga duramente represso dalle forze dell’ordine, dodici immigrati vennero rinchiusi in una cella la cui porta fu bloccata dall’esterno con una sbarra. Nel tentativo di farsi aprire, uno di loro diede fuoco ai materassi. Così all’interno scoppiò un incendio, ma nessuno intervenne tempestivamente ad aprire. Nel rogo morirono subito, bruciati vivi, tre immigrati tunisini. Altri due giovani sarebbero morti pochi giorni dopo in ospedale. L’ultimo dei sei avrebbe smesso di respirare dopo due mesi e mezzo di agonia.

La Repubblica del 29 dicembre 1999 intitolava così il pezzo di cronaca: “Rogo nel centro d’accoglienza: trovato il responsabile”. E proseguiva parlando del “capo della sommossa” e usando a piene mani il gergo del disprezzo: “extracomunitari”, “clandestini”, “fuggitivi riacciuffati”…

Insomma, in appena un anno e mezzo, Livia Turco, Giorgio Napolitano e tutti coloro che avevano approvato o sostenuto quella legge (cioè l’intera compagine centrosinistra, ala estrema compresa) avevano già sulla coscienza otto “ospiti” morti: davvero un’ottima accoglienza!

Questo per dire che fin dalla loro istituzione, i lager per migranti sono stati strutture d’internamento coattivo e violento di chi ha commesso solo un’infrazione amministrativa. Fin dall’esordio, le rivolte, la repressione, la privazione di diritti elementari, gli atti di autolesionismo, i suicidi e i tentativi di suicidio nonché gli omicidi, almeno colposi, sono stati il pane quotidiano degli “ospiti”.

A indurmi a ricordare agli smemorati questi frammenti di storia dei centri di detenzione amministrativa è stato il numero più recente delle “Inchieste” de La Repubblica , dedicato, per l’appunto, ai Cie. Opera lodevole, svolta da ottimi giornalisti che sanno fare inchiesta. Eppure un po’ irritante, e non solo per qualche sbavatura lessicale: per esempio, “extracomunitari”, nella stessa pagina in cui si riferisce (dal rapporto dei Medici per i diritti umani) che nel Cie di Ponte Galeria negli ultimi due anni sono stati internati 820 romeni. Per non parlare dell’uso di “shock”, parola-chiave del giornalismo gridato, che in uno dei titoli è paradossalmente accoppiata con l’eufemistico “centri di accoglienza” (ancora una volta!). Irritante soprattutto per il tono da “vi sveliamo noi lo scandalo dei centri di detenzione”: sembra che solo oggi si scopra questo orrore, questa palese violazione della Costituzione e dello stato di diritto.

Opera meritoria, dicevamo, sebbene po’ smemorata e tardiva. Ma, si sa, la perdita della memoria è uno dei mali del Belpaese e di solito si accompagna con opportunismo e trasformismo. In questi lunghi anni nessuno – se non, incessantemente, il movimento antirazzista e gli organismi di difesa dei diritti umani – ha mai fatto inchieste e campagne per spingere i governi di centrosinistra ad abrogare i lager di Stato. Oggi che siamo governati da tecnici, preoccupati solo di rabberciare la crisi con la stessa visione economico-sociale che la ha generata, chi mai potrebbe raccogliere la denuncia dello “shock”, se non qualche procura un po’ più zelante?

Annamaria Rivera

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.