Un sopralluogo di due giorni nei campi attorno Palazzo san Gervasio. La diffidenza dei migranti, gli effetti dello sciopero di Nardò e la salsa migrante.
I casolari sparsi attorno a Palazzo San Gervasio riprendono l’Africa in miniatura. Ogni posto/dormitorio è una comunità dell’Africa sub-sahariana popolata da giovanissimi, in massima parte sono profughi provenienti dalla Libia. Molti di loro non hanno ottenuto lo status di rifugiato e nessuna forma di protezione. Si ritrovano in un giro di clandestinità, sfruttamento e lavoro nero. La tensione è alta. I migranti sono arrabbiati, disperati ma sopratutto diffidenti: non parlano senza l’autorizzazione del “caponero”. «Ci avete portato notizie di Hassan?» chiedono subito. Hassan è un giovane sudanese sparito alcuni mesi fa. Nei campi, a distanza di qualche tempo, furono trovate delle ossa da un contadino e la convinzione di tutti è che si tratti dei resti di Hassan. Ma nessuno sta indagando, nonostante la denuncia di scomparsa. Non c’è stata l’identificazione di quel corpo. Anzi, di quei resti. La famiglia è ancora in attesa. Il gruppo sudanese porta il lutto dal giorno del ritrovamento del corpo di Hassan. Vivono fuori dal centro abitato e lontano da qualunque assistenza medica e servizi utili alla persona.
«No, purtroppo no. Non abbiamo notizie di Hassan», risponde l’avvocato dell’Osservatorio Migranti della Basilicata che sta accompagnando me e Clelia Bartoli in questo sopralluogo. E’ una risposta molto imbarazzata.
I migranti sono sul piede di guerra. Dopo Nardò si sentono abbandonati. A Nardò c’era stata una mobilitazione e uno sciopero che, sembrava, avrebbe potuto cambiare le cose. Ma per loro, dicono, le cose sono cambiate in peggio. Il turn over è molto intenso. I caporali preferiscono i bianchi, i rumeni perché non creano problemi con documenti, sono nell’area Shenghen, e perché non rompono le balle con le rivendicazioni salariali. Là bàs , come il titolo del documentario dell’estate scorso, nulla è cambiato. Tutto scorre come prima e forse peggio per i neri. Lo dicono chiaramente migranti e agricoltori.
Lo sciopero di Nardò però aveva permesso di mettere mano alla legge sul caporalato, che non sarà la legge migliore del mondo, ma segna un passo avanti. E ha permesso di arrivare solo pochi mesi fa a una serie di arresti… I migranti fanno spallucce. Sono delusi da sindacati e associazioni. Quando i media rivolgono l’attenzione altrove spariscono tutti. Restano solo loro, con i loro problemi. E i rumeni che portano via quel poco di lavoro che c’è. La rete mafiosa che gestisce il caporalato è rimasta intatta, trovando la sua forza nella precarietà che informa tutto il sistema dell’agricoltura. E che non è indotta, determinata, esasperata dal ricatto operato dalla grande distribuzione, che impone prezzi d’acquisto incredibilmente bassi. Per farcela, volenti o nolenti, gli imprenditori agricoli devono tagliare il tagliabile: il costo del lavoro, il prezzo dell’ingaggio.
La mia presenza non è ben vista . Come quella di tutti gli stranieri (neri in particolare) che parlano bene l’italiano e sembrano integrati nella società italiana. Durante il primo sopralluogo, mentre con noi c’erano l’avvocato e poi Gervasio e Michele dell’Osservaotrio, l’ostilità è stata contenuta. Ma il giorno dopo, quando mi avventuro per i campi in compagnia della sola Clelia, vengo apostrofata senza mezzi termini come una traditrice. Ogni 1000 neri che arrivano in Italia ne prendono uno che serve da bandiera, mi spiegano. Lo fanno salire sul palco insieme a loro. Lo addomesticano. Non rispondo nulla.
«Venite da Nardò?» ci chiede il vice capo-nero. No, rispondo. Lei viene da Palermo ed io da Modena.
I caporali sanno che in tempi di crisi il lavoro scarseggia. E molti migranti torneranno in quelle campagne per ritrovare la stessa situazione di un anno fa, implorando un posto di lavoro. La famiglia rimasta in Africa , il più delle volte in condizioni di povertà chiede un aiuto economico. E si sa di fronte alle pressioni affettive, crollano tutti. Le istituzioni regionali, provinciali e comunali sono impotenti di fronte alla malavita che detiene il potere del lavoro nero. Nessun controllo e nessuna sanzione nel periodo della raccolta. Le retate iniziano subito dopo. Quando a disperdere i lavoratori dai campi e a spingerli verso altre zone non si perde nulla. L’anno scorso i braccianti avevano occupato un borgo disabitato nelle campagne, che sfortunatamente si trovava a fianco di un agriturismo. Dopo le proteste del proprietario dell’agriturismo, che arrivò a sparare contro di loro, oggi li troviamo sparsi nei casolari abbandonati.
Nardò è stata una vittoria. Ma la frustrazione e la paura di questi migranti e di tanti altri, sempre più soli nelle campagne, sono dati di realtà che non si possono ignorare. A pochi km da lì, Venosa inaugura la prima festa migrante “Fuori dal ghetto”. In piazza migranti ed italiani per lottare contro il caporalato e la logica della grande distribuzione proponendo “La salsa migrante”, una salsa fatta con pomodori coltivati, raccolti e lavorati senza sfruttare nessuno. Una salsa che non passa dai supermercati, ma arriva direttmente da chi la fa a chi la consuma. Negli ultimi anni ci sono state varie iniziative di questo genere nel sud Italia. Le arance solidali di Rosarno e le patate etiche di Cassibile. Sembrano piccole cose. E invece la lotta al caporalato passa anche da qui. E si tratta di un tipo di lotta che non produce cambiamenti repentini e spettacolari ma che nel tempo potrebbe davvero fare la differenza. Anche là-bàs, a Palazzo San Gervasio.
Cècile Kyenge Kashetu
