da un Mercato Equo e Solidale al Mercato Etico
da un Mercato Equo e Solidale a Mercato Etico.
Uno stralcio della discussione tra "Via gli Stranieri dall'Italia"
Massimo
Sono stato socio attivo di una coop di commercio equo di Napoli per quasi 20
anni. Nell’ambito del commercio equo e solidale (COMES), il rapporto con la
GDO è stato un tema sempre difficile e spesso doloroso (anche se poi è stato
scelto di entrarvi, creando non poche lacerazioni). Ritengo che alcune delle
considerazioni di quel tempo (era il 2004) possano essere ancora oggi utili
alla riflessione che i compagni di Rosarno hanno sollecitato, tenendo ben
presente, ovviamente, le differenze (che a me sembrano significative) tra le
due esperienze.
Quelle che seguono sono alcune considerazioni fatte da una bottega di
commercio equo nel 2004 all’epoca della possibile apertura del COMES alla
GDO.
1)Non è una lotta del bene contro il male,
dei buoni (le botteghe) contro i cattivi (la GDO): si tratta di capire che
tipo di commercio equo e solidale vogliamo. Se consideriamo il fatto che
molti fra noi vanno a fare la spesa nei supermercati (sono strutture comode,
con orari flessibili e con un’offerta di prodotti molto ampia in confronto
ai piccoli negozi specializzati…), tale posizione rischia di essere un po’
ipocrita. Riteniamo anche ideologica la motivazione che parte dalla
differenza tra organizzazioni profit e organizzazioni no-profit. Non
pensiamo infatti che le botteghe (come organismi no-profit) debbano avere il
monopolio della distribuzione dei prodotti del commercio equo e solidale, ma
che anche negozio biologici o la piccola distribuzione possano e debbano
vendere sempre di più questi prodotti, ovviamente con le modalità con cui
questo accesso viene normato dall’Agices.
2)“entriamo nel sistema per cambiarlo”
Questa motivazione a nostro parere non tiene; infatti riteniamo che il voler
cambiare il sistema sia solamente una pia illusione. La grande distribuzione
sta diventando senz’altro sensibile a standard sociali, ad un mercato più
etico, ma questo è già commercio equo e solidale?
Sicuramente il commercio equo e solidale è uno strumento di stimolo, ma non
ci si può illudere di modificare i colossi della grande distribuzione
offrendo loro dei prodotti (e non un processo) di commercio equo e solidale.
3)i canali della grande distribuzione aiutano fortemente i produttori a
vendere di più
Si dice in molte occasioni che la sola cosa che davvero conti sarebbe dare
ai produttori la possibilità di vendere di più, che il nostro vero compito è
trovare nuovi mercati, dare loro un marchio e organizzare sempre meglio le
vendite.
Appunto, si dice. E i produttori cosa dicono? Sono davvero tutti così
convinti che l’entrata nella GDO porterebbe benefici e basta? Tutti hanno
delle strutture e un’organizzazione in grado di supportare le richieste
della GDO? Abbiamo un’analisi seria e accurata dell’impatto della GDO in
questi casi? Pensiamo alle centinaia di piccole organizzazioni, che sono la
normalità dei produttori del commercio equo, che non hanno ancora né
l’organizzazione, né la struttura per affrontare la GDO e fanno già fatica a
star dietro ai ritmi di crescita attuali del commercio equo delle botteghe.
E poi: l’unica strada è veramente solo quella della grande distribuzione?
non abbiamo un minimo di immaginazione in più?
L’immaginazione in alcune strutture italiane di commercio equo c’è, e senza
andare nella GDO porta ad individuare nuove strade ad esempio nelle mense
pubbliche, nelle botteghe specializzate (in alimentari, abbigliamento,
mobili…). Con una piccola provocazione, prendiamo il caso emblematico delle
banane (primo prodotto del COMES per fatturato nella grande distribuzione):
si è andati nella GDO perché era l’unico modo, si è detto, per vendere le
banane… Ne siamo sicuri?
4)se il sistema della GDO accetta le regole del commercio equo, significa
che gran parte del sistema distributivo sarà cambiato e, in fondo, si
avvererebbe una delle antiche “profezie”, vale a dire che il commercio equo
non avrebbe più motivo di esistere
Tutti noi – come importatori e come botteghe – siamo nati sul principio di
essere “provvisori”, ossia che se il commercio fosse diventato tutto equo e
solidale in quel momento avremmo perso la nostra ragione di esistere e
saremmo tornati ad occuparci della “cultura” e della “sensibilizzazione”
lasciando il commercio in mani più preparate e adeguate. Ma il fatto che i
supermercati inseriscano qualche prodotto del COMES sui loro scaffali, non
significa che il commercio internazionale o che il sistema distributivo
cambi, anche perché non si vanno a sostituire ma ad affiancare prodotti
etici agli altri che, comunque, rimangono. La logica della GDO è
intercettare e proporre tutto quello che il cliente vuole, anche se
contraddittorio (il prodotto del commercio equo e quello della Nestlè),
perché la sua logica è aumentare la possibilità di scelta del consumatore,
sottintendendo che ogni scelta è buona, l’importante è che sia vendibile.
Invece la logica del commercio equo e solidale è tentare di spiegare al
cliente che ci sono prodotti etici e altri che non lo sono assolutamente.
Questa – non la differenza profit/no profit – è a nostro parere la
principale diversità tra GDO e botteghe.
5)prezzo fisso?
La GDO agisce strutturalmente sulla quantità venduta a margine basso, per
cui si può permettere – emblematico il caso del biologico – di giocare su
determinati prodotti “civetta” al costo o addirittura sotto costo.
Un esempio – non di un prodotto del commercio equo – è l’olio
dell’Associazione Libera, venduto in alcuni supermercati Coop addirittura
sottocosto (comprato a 5,80 euro e venduto a 5,40 euro). Questo sicuramente
permette di far conoscere quest’olio ad un’amplia clientela e di venderne a
bancali; ma crea indubbiamente problema alle botteghe che lo propongono.
Sicuramente c’è da chiedersi quanto futuro abbia un simile prodotto con
prezzi così differenti.
6)La distinzione fondamentale: Fair Trade ed Ethical Trade
Innanzitutto, a nostro parere, occorre parlare di filiera di un prodotto del
commercio equo e solidale, ossia il percorso che un prodotto fa dal
produttore iniziale al consumatore finale. All’interno della filiera del
commercio equo e solidale si verifica, talvolta, un fatto curioso. In fase
di acquisto si agisce per rompere il monopolio degli intermediari che,
spesso, sfruttano contadini e artigiani; in fase di vendita, invece, ci si
rivolge a strutture, come la GDO, che in molti casi sono fortemente
monopolistiche e concentrate. Sappiamo quali siano i veri proprietari delle
catene della GDO con cui facciamo fatturato?
Proprio parlando della filiera di un prodotto occorre sottolineare una
fondamentale differenza: quella tra commercio equo e solidale (Fair Trade) e
mercato equo o commercio etico (Ethical Trade).
Analizziamo questa distinzione nelle sue varie componenti.
I produttori
-commercio equo e solidale: organizzazioni formali (associazioni,
cooperative e a volte piccole imprese) e gruppi informali;
-mercato etico: solo organizzazioni formali.
Finalità
-commercio equo e solidale: l’autosviluppo delle popolazioni;
-mercato etico: la garanzia contro lo sfruttamento.
I prodotti
-commercio equo e solidale: centinaia di prodotti alimentari e migliaia di
prodotti artigianali;
-mercato etico: alcuni prodotti alimentari in grandi quantità.
Le attività
-commercio equo e solidale: patnership continuativa; cooperazione e
microcredito; sviluppo impresa e prodotto; informazione e campagne;
-mercato etico: definizione, promozione e applicazione degli standard etici
di produzione; sviluppo impresa e prodotto.
La rete distributiva
-commercio equo e solidale: le centrali di importazione ; le botteghe del
mondo; gruppi, parrocchie e associazioni o il movimento del commercio equo
più in generale; alcune imprese;
-mercato etico: solo le imprese, soprattutto le aziende di grande
distribuzione.
Si nota immediatamente come il concetto di mercato etico è sicuramente
riduttivo in tutti i suoi vari aspetti (produttori, finalità, prodotti,
attività, rete distributiva) rispetto alla complessità del commercio equo e
solidale.
Se in origine il commercio equo (e tante nostre associazioni e cooperative)
nasce dal contatto diretto con comunità escluse dai circuiti normali e
svantaggiate rispetto ai criteri di mercato, gradualmente, nell’ottica
dell’etichal trade assume sempre maggior peso la domanda del consumatore,
tanto da divenire quasi il “target” da soddisfare. Alla fine la domanda non
è: siamo riusciti a soddisfare il bisogno di quei contadini? Ma: abbiamo
raggiunto la quota di mercato che ci eravamo proposti?
Con ciò non si vuol dire affatto che l’ethical trade sia un concetto
negativo o per forza di cose antagonista al commercio equo e solidale, anzi:
è sicuramente un passo avanti importante rispetto al commercio tradizionale.
Solo che è una cosa totalmente diversa dal fair trade: l’ethical trade si
orienta in modo prioritario al soddisfacimento della “domanda etica” del
consumatore finale e quindi alle garanzie che il consumatore chiede contro
lo sfruttamento.
Un concetto interessante ed innovativo nel panorama del mercato, ma
oggettivamente “altro” rispetto al concetto complessivo di fair trade, che
pone al centro il processo di cooperazione e relazione con i produttori
esclusi dal mercato e quindi vede gli “standard etici” come obiettivi da
raggiungere “insieme” e a “livello bilaterale” (importatore-produttore) e
non come criteri unilaterali e netti di suddivisione tra produttori
certificabili e non.
Proprio a partire da tale differenza si può capire come la GDO richieda
proprio i prodotti con le caratteristiche del mercato etico e non del
commercio equo e solidale.
7)La scelta della GDO è una scelta quasi irreversibile: infatti il grado di
strutturazione interna che prevede e i produttori che devono essere
coinvolti facendoli a loro volta strutturare adeguatamente, fanno sì che
molto difficilmente da questa scelta si possa tornare indietro, a meno di
una pesante ristrutturazione interna e di pesanti conseguenze pratiche per i
produttori stessi.
8)Una scelta commerciale precisa
Pensiamo che anche solo dal punto di vista commerciale il non entrare nella
grande distribuzione sia la scelta più opportuna e vantaggiosa a medio-lungo
termine.
Sembra un’affermazione fuori da ogni logica, ma vorremmo cercare di
spiegarci. E’ chiaro che a breve termine chi entra nella GDO vende molto di
più. Ma occorre ragionare a nostro parere non in termini immediati sul breve
periodo (in cui da un punto di vista commerciale non sembra esserci dubbio
su quale sia la scelta più conveniente), ma a medio-lungo termine: se
infatti ci sforziamo di provare ad immaginare il commercio equo tra qualche
anno, proprio se teniamo alla solidità delle nostre strutture e di
conseguenza alla solidità delle organizzazioni di produttori, è a nostro
pare logico e ragionevole pensare che avere in mano in proprio la
distribuzione e non delegarla ad altri, soprattutto se sono organizzazioni
di altro livello, più forti e strutturate, si potrebbe rivelare la scelta
commerciale migliore, oltre che a nostro parere “eticamente” migliore, per i
motivi sopra espressi. Usiamo il condizionale perché saranno i fatti a
deciderlo, ma sicuramente la storia del settore del biologico avrebbe da
insegnare a riguardo.
9)La grande distribuzione è in rapida crescita
Sembra che la metà del fatturato alimentare del CES si venda sulla grande
distribuzione. Mi sembra che nei punti vendita dei supermercati non c’è uno
sforzo serio di informazione e coscientizzazione. Questo mi sembra tradisca
lo scopo stesso del COMES che è nato non per mandare qualche soldo in più al
sud del mondo, ma per far capire ai consumatori del nord che c’è qualcosa di
radicalmente sbagliato nella filiera commerciale. Scopo del COMES infatti è
cambiare le regole del gioco perché c’è qualcosa di radicalmente ingiusto
nel sistema economico internazionale. È vero che i contadini impoveriti del
sud ci chiedono di vendere sempre più i loro prodotti, ma non è così che
risolveremo i loro problemi. Se ci dimentichiamo che il COMES è uno
strumento politico per coscientizzare i consumatori del nord a cambiare le
regole del commercio internazionale, non otterremo nulla. Avremo fatto solo
carità.
Scusate la lunghezza, ma ho difficoltà ad essere presente a Roma e quindi mi
sono un "po" allargato in questa sede
Un abbraccio a tutti e buon lavoro
Massimo
